Gesù Signore del Sabato
16/06/2024
Matteo 12:1-21
Dopo aver chiamato Matteo, Gesù ricomincia a girare per le città, predicando e guarendo le persone.
La fama procurata dalle guarigioni che abbiamo visto domenica scorsa, attirarono l’attenzione di molti nel popolo.
Tra questi c’erano persone bisognose di guarigione e religiosi che non erano felici di avere un Rabbino che distogliesse da loro l’attenzione.
Oggi vedremo uno scontro tra questi religiosi e un altro miracolo che portò grandi folle a raccogliersi attorno a Gesù.
Matteo 12:1-21
1) I discepoli e le spighe
La scena per noi è quasi ridicola, perché sembra che questi farisei cerchino un appiglio per rimproverare il Signore e i Suoi discepoli e non trovino nulla di più del fatto che mangino del grano nei campi.
In realtà è molto più grave di quello che pensiamo, perché il sabato era sacro per gli ebrei e la pena per una cosa simile era molto severa: Esodo 31:13-14.
Forse si aspettavano che Gesù, spinto da loro, avrebbe rimproverato i Suoi discepoli e che in qualche modo potessero trovare come condizionare Gesù, ma il Signore rispose in modo inaspettato per loro.
Gesù infatti citò due cose scritte nell’Antico Testamento per giustificare ciò che i Suoi discepoli stavano facendo.
Ora, magari ci potremmo chiedere in che modo possa interessarci questa cosa, ma presto lo vedremo.
Il primo episodio è tratto dalla storia di Davide, mentre fuggiva dal suocero, re Saul, si fermò al tabernacolo chiedendo del cibo e il sacerdote gli diede i pani di presentazione appena tolti.
Quei pani appartenevano al sacerdote e nessuno che non fosse della sua famiglia ne poteva mangiare perché erano reputati santi.
Tuttavia il sacerdote diede loro questi pani e loro ne mangiarono.
Il secondo esempio è una eccezione scritta nella stessa legge, cioè la legge ordina che nessuno svolga il proprio lavoro in giorno di sabato, ma poi comanda ai sacerdoti di svolgere alcune funzioni proprio in giorno di sabato.
Questo significa che Dio prevede delle eccezioni ad alcune leggi per determinati motivi.
Questi due esempi ci mostrano due aspetti che dobbiamo prendere in considerazione quando valutiamo alcune leggi scritte nella Bibbia.
La prima la troviamo al versetto 7: misericordia, non sacrificio.
Questo significa che per necessità, come può essere la fame, alcune leggi, come quella del sabato, non devono essere ritenute vincolanti, perché Dio non richiede che noi ci sacrifichiamo per poter adempiere certe leggi.
Un esempio eccellente di questo lo troviamo ancora una volta in 1 Samuele, dove viene raccontato di Davide che mangia i pani di presentazione, ma questa volta lo troviamo dopo una battaglia.
Il capitolo 14 ci racconta di Gionathan, figlio di Saul, che combatte contro i filistei e questo spinge il popolo a prendere coraggio ed affrontare i loro nemici. Saul fa giurare al popolo che non avrebbero mangiato nulla fino alla completa vittoria e partirono all’inseguimento dei loro nemici. Gionathan, che non aveva sentito il giuramento, mangiò un po’ di miele per ristorarsi, ma questo era in violazione del giuramento, anche se inconsapevolmente. Dopo la vittoria, il popolo inizia a uccidere e mangiare gli animali del bottino senza prima dissanguarli, come previsto dalla legge, mangiando così carne con sangue. Saul interviene e li esorta a non mangiare il sangue, perché era ritenuta una colpa rea di morte (come lo era anche la violazione del sabato). Saul interroga quindi Dio sul da farsi, ma Dio non risponde, quindi si rese conto che c’era una colpa nel popolo. Convinto che i colpevoli fossero coloro che avevano mangiato il sangue, Saul propone che si interroghi il Signore riguardo al colpevole, che però risulta essere Gionathan per aver violato il giuramento. Dio, quindi, non ritenne colpevoli coloro che avevano mangiato carne con sangue perché avevano semplicemente fame.
La stessa cosa successe nel caso dei discepoli. Loro avevano fame e violarono il sabato per poter mangiare.
Apro una piccola parentesi, perché questo ci faccia capire anche ciò che stiamo per vedere. A volte mi è capitato di parlare con dei Testimoni di Geova e tra le cose di cui abbiamo parlato, mi è capitato di parlare anche della loro visione estrema riguardo alle trasfusioni. La loro posizione è mutata nel corso del tempo a causa di molte azioni legali contro di loro e attualmente usano dei sofismi per aggirare il problema. Prima, chi avesse accettato delle trasfusioni sarebbe stato escluso dalla loro comunità, ostracizzato e di fatto condannato, secondo la loro dottrina, alla perdizione eterna perché le trasfusioni vengono da loro ritenute “mangiare sangue”. Oggi dicono che chi accetta il sangue dichiara di voler abbandonare la loro comunità e di preferire la perdizione eterna piuttosto che sacrificare la sua vita per il loro falso dio. In pratica, scaricano la colpa sulla persona in modo da non avere responsabilità legali sia in caso di morte della persona per non aver preso il sangue, sia in caso di danni morali e psichici alla persona in caso venga allontanata dalla comunità per aver preso del sangue. Ora la domanda è: davvero la legge proibisce di non mangiare il sangue? In realtà sì, ma è qualcosa che non si applica a noi cristiani. Tuttavia non voglio spendere tempo a spiegare perché non si applica a noi, ma piuttosto vedere che Dio riterrebbe il pericolo di morte una ragione valida per poter perfino mangiare il sangue (la trasfusione non è mangiare, ovviamente). Quindi, se anche volessimo accettare l’ipotesi che la trasfusione sia vietata dalla legge, non lo sarebbe in caso di necessità e per Dio la necessità può essere anche la semplice fame, come nel caso del popolo con Saul.
Perché parlo di questo? Perché questo è un estremo che rende molto chiaro il concetto di “voglio misericordia, non sacrificio”.
Noi abbiamo una cosa chiamata “libertà cristiana”. Cristo ci ha resi liberi da vincoli e leggi, ed ha sciolto il legame che avevamo con la legge.
Di conseguenza, la nostra libertà cristiana ci dà la possibilità di avere flessibilità in certe circostanze e soprattutto di non essere sottoposti a leggi e regole di natura religiosa.
Colossesi 2:20-23
Ora, noi non siamo sotto la legge, ma neppure siamo amorali. Sappiamo ciò che è giusto e ciò che è sbagliato e possiamo imparare dalla Bibbia a vivere in maniera degna del nostro Signore.
Il concetto, però, è che non dobbiamo imporre o sottoporci a rigide regole per piacere a Dio e non dobbiamo fare i santi nei confronti di fratelli e sorelle in Cristo che abbiano violato un qualche comandamento.
Da una parte, noi stessi siamo peccatori. Abbiamo parlato della pagliuzza e della trave, abbiamo parlato di perdonare per essere perdonati, abbiamo parlato di usare misericordia per ricevere misericordia e questo non è diverso.
Gesù vuole che noi impariamo a non condannare con troppa fretta e a non allontanare le persone perché non corrispondono al nostro ideale di perfezione, ma piuttosto che abbiamo misericordia di loro e, dopo aver tolto la trave nel nostro occhio, che li aiutiamo a togliere la pagliuzza dal loro, non condannarli perché hanno ancora la pagliuzza.
In questo brano, vediamo Gesù affermare la Sua autorità nel decretare ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, perché Lui è più grande del Tempio, essendo Dio incarnato, ed è Signore anche del sabato (proprio perché è Dio).
Di conseguenza, se Cristo non ha condannato questi discepoli per aver violato il sabato, questi farisei non avevano alcuna autorità per farlo al posto di Dio stesso.
Lo stesso vale per noi. Se Cristo non condanna una persona per il suo peccato o non chiama una certa cosa “peccato”, noi non siamo nella posizione di poter condannare una persona per aver fatto qualcosa con cui non siamo d’accordo.
2) L’uomo dalla mano secca
Dopo di questo, abbiamo un altro esempio, questa volta di Gesù stesso che sfida i farisei riguardo al sabato.
Nella loro sinagoga c’era un uomo con la mano secca. Loro sapevano che Gesù era in grado di guarirlo, ma non l’avevano portato da Lui perché volevano metterlo alla prova.
A loro non importava che un uomo soffrisse, purché non si violasse il sabato.
Qui Gesù mise in luce la loro ipocrisia, perché la legge permetteva che si violasse il sabato per soccorrere un animale e loro avrebbero dovuto capire che la legge del sabato non era intesa per essere una scusa per non fare del bene.
La domanda di Gesù è molto significativa, perché chiede loro se è lecito fare del bene e salvare una vita il giorno di sabato e loro non rispondevano.
Marco 3:5
Questo versetto ci rivela che Gesù rimase indignato dal loro atteggiamento e rattristato dalla durezza del loro cuore.
La loro estrema volontà di applicare la legge li portava a veder soffrire un uomo e non voler fare niente per aiutarlo.
Gesù, ovviamente, guarì quell’uomo perché non temeva né la loro ipocrisia né le loro macchinazioni, ma è significativo vedere anche che, difronte alla gioia di un uomo guarito loro si consultarono per uccidere la persona che lo aveva guarito.
Una delle caratteristiche di un ambiente settario è proprio il modo di usare le ritorsioni per imporre le loro regole.
Molte sette sono evidenti perché usano questo in maniera istituzionalizzata, come i Testimoni di Geova, i Cattolici dei secoli passati, i Mormoni e altri; tuttavia esistono anche ambienti settari, cioè comunità in cui si hanno degli atteggiamenti settari anche se non sono accettati da altri della stessa fede ma di altre comunità.
Ad esempio, ci può essere un’altra chiesa battista che professa le stesse nostre dottrine, ma usa questo genere di ritorsioni. Pur non essendo una setta come denominazione, quella comunità si è trasformata in un ambiente settario.
Perché? Perché non hanno imparato cosa voglia dire “voglio misericordia, non sacrificio”.
Ci sono dei casi in cui bisogna prendere posizione e, come vedremo quando studieremo le lettere ai Corinzi ad esempio, questo avviene in casi in cui c’è un grave peccato e non c’è ravvedimento da parte del peccatore. Poi, in base al tipo di peccato, esistono dei modi di agire indicati dalla Scrittura. Per tutti gli altri casi, noi non dobbiamo metterci al posto del Signore del sabato per decretare ciò che è giusto e ciò che è sbagliato e come condannare i trasgressori.
3) I dodici apostoli
Prima di chiudere con questo brano, voglio parlare del risultato di questo episodio.
Sia Marco che Luca ci raccontano che, a seguito di questo, la fama di Gesù si sparse dappertutto e le folle iniziarono a raccogliersi attorno a Lui. Molti malati erano guariti e molti indemoniati erano liberati.
L’opera crebbe al punto tale che Gesù doveva mettersi su una barca per non essere stretto dalla folla e doveva ritirarsi per pregare.
Per questo Gesù scelse questo momento per scegliere dodici discepoli, che avrebbe poi chiamato apostoli, e dare loro la capacità di guarire e scacciare demoni.
A volte c’è bisogno di demandare e la mia preghiera è che presto questa chiesa cresca tanto da richiedere altri operai.
Conclusione
Tirando le somme, ciò che possiamo imparare da questo brano è che il Signore è misericordioso e vuole che noi impariamo la misericordia da Lui. Quando ci sentiamo troppo santi o troppo puri per le persone che ci circondano, siamo simili a quei farisei, che si ergevano a giudici e, dopo aver condannato i discepoli ed essersi disinteressati della sofferenza di un uomo, si sono consultati su come far morire il Signore. Gesù, invece, è Colui che capisce i bisogni delle persone e non imputa un peccato a qualcuno che viola un comandamento perché ha fame, né abbandona un uomo nella sofferenza perché è sabato, o si lascia condizionare da coloro che si reputano migliori degli altri. Ciò che noi dobbiamo imparare è a usare misericordia, come il nostro Signore, perché Lui vuole misericordia, non sacrificio.

